PRIMA DI APRIRE LA BOCCA ASSICURARSI CHE IL CERVELLO SIA INSERITO

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Sono una psicologa siracusana e provo una grande passione nel trasmettere il mio pensiero e le mie conoscenze

lunedì 12 ottobre 2009

Il triste ritorno all'Italia. di Francesca Ciaci

IL TRISTE RITORNO ALL’ITALIA!

All’emozione intima e collettiva dei giorni caldi di Obama, ecco seguire immediatamente e bruscamente il ritorno alla “normalità italiana”. Con il cuore molti italiani hanno sperato, sognato, fantasticato, che una magia come quella che si è verificata in America, potesse accadere anche da noi. Ma l’America è l’America e l’Italia è l’Italia! Che triste rientro alla realtà di sempre! Allo squallore, alla volgarità, all’ambiguità, allo sconcerto a cui ci ha abituati da tempo il nostro cavaliere, dai folti capelli, dai denti perfetti, e sicuramente poco “abbronzato”! abbiamo assaporato la grandiosità di questo evento americano, di questo personaggio fuori dalle righe, con questa storia speciale e singolare alle spalle… è stato un po’ come vivere una fiaba! Ma ecco che la realtà italiana al risveglio, ci dà il suo buongiorno di sempre: piccina, mediocre, interessi subdoli e sporchi, millanterie camuffate da umorismi vacui e volgari. Serpeggia nell’atmosfera un alone di amarezza, di sconforto, e quel che è peggio forse, di rassegnazione…rassegnazione ad essere governati da gente piccina piccina, rassegnazione a vedere il proprio futuro e quello dei nostri figli nelle mani di gente che ha il potere di manipolarlo, rassegnazione anche ad assistere ad un’opposizione mediocre che segue le fila del “botta e risposta”, che non riesce a distinguersi, a volare, un’opposizione depressa: La vita degli italiani scorre tra lo sgomento, l’incertezza, la rabbia, la delusione continua data dall’alternarsi di governi che restano comunque imprigionati nel solito tran tran di schemi gretti e preconfezionati, incapaci di idee innovative, incapaci di programmi che siano in grado di salvare questo paese avvilito e tormentato… e l’opposizione sempre a proporre manifestazioni, slogan, carnevali… e non cambia mai niente… e continuiamo ad assistere a queste performance devastanti, tra caroselli di battute volgari e risposte sterili, mentre la nostra vita si consuma tristemente tra uno stento e l’altro, tra la rabbia per i tagli alla scuola, tra i rifiuti che sommergono le città, tra le donne che ancora muoiono nella sale parto mal gestite, tra i salotti di porta a porta, i personaggismi alla Travaglio, tra i tagli alla ricerca e alla sanità, tra gli “umorismi” idioti di Berlusconi… nella consapevolezza che all’Italia non spetterà mai una scintilla di magia come quella che è toccata all’America… . Sono riusciti a toglierci anche la voglia di sperare! E per chi ha ancora il coraggio di amare la propria terra è veramente dura, per chi invece si è visto distruggere anche quel briciolo di amor patrio, non resta forse che… emigrare in America!

Francesca Cianci

psicologa

Pedofilia oggi. di Francesca Cianci

LA PEDOFILIA OGGI: DIFENDIAMO I NOSTRI BAMBINI

Non intendo annoiare chi legge con la solita storiella sui pedofili, chi sono, perché lo sono diventati, qual è la loro struttura di personalità e quali traumi hanno subito durante la loro infanzia.Molto è stato già detto e discusso sul fenomeno. La mia intenzione è piuttosto quella di cercare di delineare un profilo generico della situazione-pedofilia allo stato attuale, al fine soprattutto di fornire una chiave di lettura “pratica” a genitori e adulti in genere, in modo da salvaguardare e proteggere i bambini da tale rischio. Il pericolo maggiore per i bambini non è rappresentato dal vecchio bavoso nascosto in posti impensabili, o dal signore sconosciuto che gentilmente offre loro la caramella all’uscita da scuola; può sembrare strano ma il rischio più frequente si trova nell’ambito familiare, proprio tra i componenti della famiglia, spesso tra parenti “insospettabili” che conoscono bene e frequentano l’ambiente in cui vive il bambino. Solitamente i bambini sono abituati a diffidare di chi non conoscono;al contrario si fidano di chi conoscono: gli amici dei genitori, i parenti affezionati e rispettati all’interno della famiglia, che spesso sono anche persone rispettabili all’interno della società più allargata, gli insegnanti,i medici che ruotano attorno al nucleo familiare, gli istruttori sportivi ben conosciuti dai genitori, il sacerdote(perché no?!) a cui fa riferimento la famiglia, insegnanti di doposcuola,ecc… . Detto dunque che i pedofili sono persone assolutamente comuni e che cadere nella loro trappola è molto più facile di quanto si possa immaginare, il primo passo che ogni genitore ha il dovere di compiere nei confronti dei propri figli è quello di “prevenire” informando. Molto spesso gli adulti hanno una forma di pudore o di resistenza a parlare con i bambini di certi argomenti. Non c’è niente di più sano che informare il bambino di quello che succede nel mondo e attorno a lui. Ovviamente in modo adeguato e con modalità appropriate secondo l’età. I bambini spesso non sono in grado di riconoscere il pericolo, di distinguere quello che è bene da quello che è male, gesti innocenti da comportamenti perfidi e ambigui, affettuosità sane da affettuosità finalizzate; tenerli all’oscuro di rischi e pericoli è molto più pericoloso del pericolo stesso; occorre dunque metterli al corrente della realtà. Parlare con loro rappresenta uno strumento di fondamentale importanza, non usarlo è una forma di deprivazione, è un torto nei loro confronti. Come si spiega un fenomeno del genere proprio dentro il nucleo-famiglia, in un periodo storico in cui la continua modernizzazione della società dovrebbe produrre livelli di benessere sempre più alti, con aspettative di qualità di vita sempre più elevate? Il paradosso è che i continui rapidi cambiamenti a cui oggi andiamo incontro, introducono all’interno del sistema famiglia livelli di stress e di “velocità” tali da rendere lontane e difficoltose le relazioni interpersonali soprattutto tra genitori e figli. Figurarsi se c’è tempo per spiegare ai nostri figli come riconoscere le situazioni pericolose! Quando li vediamo i nostri figli, se per la maggior parte del tempo sono affidati a baby sitter, ad insegnanti privati, o nel migliore dei casi “piazzati” davanti a televisioni e computer, mentre noi ci occupiamo d’altro! Dunque ancora e sempre l’appello va alle famiglie. Lungi dall’adottare atteggiamenti di ossessiva diffidenza nei confronti di amici, parenti o punti di riferimento vari, cerchiamo comunque di avvicinarci di più ai nostri figli, di conoscerli nelle loro sfumature caratteriali, nei loro umori, nelle loro abitudini; impariamo ad ascoltare il loro linguaggio per avere poi la possibilità di saperlo usare quand’è il momento, avviciniamoci ai loro termini, alle loro espressioni per parlare con loro e farci sentire vicini, usiamo le fiabe con i più piccini, le metafore, per far capire loro quanto è sano e quanto non lo è, per abituarli a diffidare di chi vuole usarli e approfittare della loro innocenza e della loro “ignoranza” . Il conoscere è uno strumento che abbiamo il dovere di fornire ai nostri figli. In definitiva occorre realizzare che il pedofilo non è un mostro lontano da noi e da loro; togliamo al concetto di pedofilo l’etichetta che ce lo fa sentire distante dalla nostra vita. Chiunque molesta, disturba e infastidisce i nostri bambini è da tenere lontano e da considerare un pericolo per loro, che si chiami pedofilo o in qualsiasi altro modo!

Francesca Cianci

domenica 11 ottobre 2009

La chiesa stia al suo posto. di Francesca Cianci

La Chiesa stia al suo posto!

Famiglie allargate, divorzi, nuove convivenze, coppie di fatto… sono questioni e problematiche che certamente si prestano a molteplici chiavi di lettura ma è dato che ogni interpretazione indica un’etichetta, una posizione, una veste, sia essa laica o cattolica. Ritengo che una certa “obiettività” su tematiche così complesse, che si prestano a sfaccettature interpretative a più livelli, è da far passare attraverso un’analisi più “clinica” e insieme sociologica.

Per addentrarci in maniera più corretta all’interno di tali disquisizioni, al di là di qualsivoglia atteggiamento o credenza personale, non è possibile prescindere da una riflessione che consideri l’attuale struttura socioeconomica del nostro paese e la dimensione culturale che ne consegue.

E’ ovvio e fin troppo scontato che il Papa consideri le famiglie allargate uno dei peggiori mali che stà alla base della nostra società, in contrapposizione alla tradizionale famiglia cattolica; è altrettanto ovvio che i laici ridimensionino tale “tragedia” sfoderando gli aspetti più confortanti, elevandolo a tratti quasi a modelli di vita ottimale, tirando in ballo ipocrisie cattoliche e moralismi anacronistici. Credo che il vero non stia né da una parte né dall’altra.

Un’ interpretazione più adeguata deve tener conto di dati che prescindono da visioni cattoliche o laiche. Non è possibile “diagnosticare” e sentenziare secondo visioni personali che appartengono a posizioni globalmente “di parte”. I mali della società non sono attribuibili né alle famiglie allargate né ai nuclei di stampo tradizionale sanciti con il vincolo del matrimonio religioso.

La posizione del Papa peraltro non si limita ad interpretazioni di confronto, ma si spinge “come si conviene”, a lanciare moniti e a cercare di “persuadere” l’opinione pubblica!

Un dato di fatto obiettivo è per esempio che i bambini, indipendentemente dal contesto di vita a cui appartengono, necessitano di condizioni base perché si formi una struttura di personalità sana, equilibrata e solida, che abbia insite componenti rispondenti ad un adeguato sviluppo psicoemotivo, al fine di affrontare la vita con le inevitabili difficoltà che comporta, e con l’obiettivo di diventare persone sane. A tal fine i bambini e gli adolescenti in genere, hanno bisogno di ricevere messaggi sani, chiari e affettivi, hanno bisogno di fidarsi degli adulti che hanno attorno, siano essi inseriti in famiglie allargate, tradizionaliste o laiche, cattoliche o musulmane, o siano anche solo coppie di fatto. Detto questo, scivoliamo su un terreno più genericamente sociologico: la storia va avanti, che piaccia o no, non si può leggerla attentamente se non la si ripercorre a partire dal passato, la fuoriuscita delle donne dalle mura domestiche, la loro entrata nel mondo del lavoro, una maggiore sensibilizzazione e un’acquisita presa d’atto rispetto alle frustrazioni e alle antiche violenze sommerse e nascoste, hanno inevitabilmente modificato la struttura della società, i ruoli sono cambiati nel tempo, sia all’interno delle famiglie, sia all’interno di relazioni più globali; è cambiato di conseguenza anche il modo di porsi e le modalità di interazione circa i ruoli “istituzionalizzati”, vedi i docenti e tutte quelle figure che un tempo avevano in mano il potere incondizionato; i bambini oggi sono abituati fin dalla nascita ad avere attorno figure che non sono solo quelle genitoriali, il nucleo strutturale della famiglia ha cambiato immagine.

Non si tratta di evidenziare ipocrisie o difendere posizioni tradizionaliste che portano in un certo qual modo a “temere” i cambiamenti della storia; si tratta invece di prendere atto dei tempi che si evolvono e della trasformazione che questo comporta. Diversamente ci si impregna di demagogia, di conformismo cieco o di ribellione, di anarchia o di qualunquismo.

La psicologia, la neurologia, la sociologia, la pedagogia e altre discipline psicosociali, hanno fissato nel tempo alcune “verità” che è bene evidenziare all’interno di pareri e opinioni, tenendo conto, come si è già detto, che tali “punti cardini” devono essere adattati e messi in relazione ai ritmi e ai tempi della società in movimento.

In definitiva è possibile e lecito sperare che le menti clericali allarghino i loro orizzonti di pensiero e adottino di conseguenza atteggiamenti meno impositivi e meno arroganti? In alternativa siamo costretti a sorbirci moniti e sentenze all’interno di una cecità pericolosa che disconosce la storia!

Francesca Cianci

Ansia e autostima nel giovane. di Francesca Cianci

ANSIA E AUTOSTIMA NEL GIOVANE: LA PSICOTERAPIA, UNO STRUMENTO PER CONOSCERSI E PER CONOSCERE.

Le sindromi ansiose sono quasi sempre legate a problemi di autostima. Questo è ancor più vero nei giovani. Il meccanismo dell’autostima comincia a svilupparsi fin dalla nascita; se un figlio è stato voluto e accettato, è probabile che sarà anche apprezzato e stimato dai genitori che l’hanno desiderato, ed è probabile dunque che quel figlio crescerà più forte e più sicuro di sé rispetto ad un figlio che è stato maldigerito fin dalla nascita, o spesso anche prima. C’è un gran parlare su quanto oggi i giovani siano vuoti e privi di valori. Devo dire, a dispetto di questi luoghi comuni, che conosco tanti giovani più ricchi di valori e di sentimenti oggi rispetto a ieri. Il giovane che ha una buona stima di se stesso è certamente più protetto da se stesso, si muove più disinvoltamente nel mondo e tra la gente, e soprattutto è più abile nel far fronte alle avversità che gli si presentano. Il giovane che ha una buon autostima non ha paura di sentirsi escluso dal gruppo se non si comporta come gli altri; sa stare da solo senza “sentirsi solo”, non necessita di droghe o di comportamenti paradossali ed estremi per sentirsi qualcuno, perché sa di essere già qualcuno, non ha bisogno di continue conferme che glielo dimostrino.Il bisogno dello sballo e della trasgressione esasperata in definitiva altro non è che il desiderio di non essere se stessi, di uscire da una vita che non sentono propria, di estraniarsi dalla propria persona che non è gradita. Se il giovane si piacesse e fosse messo nelle condizioni di vivere una vita che gli piace, non avrebbe la necessità di cercare il pericolo e l’alienazione nei casi più gravi. In breve con lo sballo e con la trasgressione il giovane ricerca l’attenzione di cui è stato in qualche modo deprivato, richiede che si guardi a lui come quello che è, non come quello che vorremmo che fosse. Nell’uragano del mondo adolescenziale, il giovane chiede che non si cerchi di cambiarlo, che lo si aiuti ad essere quello che è; chiede di stare accanto a lui perché possa permettersi di piacersi e rafforzare dunque un valore che è il primo in assoluto, il valore del sé, il piacere della scoperta della vita, il coraggio di autocriticarsi e di mettersi in discussione. Senza una buona autostima è difficile non farsi prendere dall’angoscia o dallo svilimento davanti alle difficoltà o alle sfide che la vita propone. Il meccanismo dell’ansia in questo caso rappresenta un blocco emotivo, una disfunzionalità, un conflitto tra ciò che si vorrebbe essere o fare e l’incapacità di attuare questo bisogno. La psicoterapia infine è uno strumento attraverso il quale il giovane può riuscire a prendere coscienza di tutto questo e colmare dunque quelle carenze che lo hanno portato a sofferenza.

Francesca Cianci

domenica 4 ottobre 2009

Donne Persone. di Francesca Ciaci

DONNE PERSONE

Su “Unità” dal 12 agosto è aperto il dibattito circa “il silenzio delle donne”. Ancora oggi sul sito Internet del giornale il dibattito è sistematicamente arricchito da commenti, messaggi e analisi. Più volte ho avuto modo di scrivere in relazione a problematiche femminili e circa le modalità con cui viene espresso ancor oggi il tema della “discriminazione” nei confronti delle donne. Rimango convinta che, seppur ovvio che non bisogna tacere e che è necessario continuare ad alzare la voce nei confronti di tutto ciò che caratterizza la discriminazione femminile(e non solo), il rischio che si corre è quello di svilire e di alterare ossessivamente quella che è una diversità di mentalità e di modo d’essere che contraddistingue il mondo femminile da quello maschile. Mi riferisco alle modalità ossessive con cui “si festeggia” l’8 marzo, contribuendo a mercificare un significato storico che va al di là delle cenette tra donne, all’attenzione spasmodica verso ogni atteggiamento proveniente da qualsiasi tipo di elemento maschile, alla vulnerabilità eccessiva di molte categorie di donne ossessionate dal difendersi a priori da qualsiasi posizione che leggono non al femminile, storico che va al di là delle cenette tra donne, all’attenzione spasmodica verso ogni atteggiamento proveniente da qualsiasi tipo di elemento maschile, alla vulnerabilità eccessiva di molte categorie di donne ossessionate dal difendersi a priori da qualsiasi posizione che leggono non al femminile, agli atteggiamenti anacronistici e alle prese di posizione fuori luogo e fuori tempo. Tutto questo anzicchè evidenziare discriminazione, significa a mio parere, senso di inferiorità e insicurezza legata ad una non accettazione delle diversità… un sentirsi subalterne a tutti i costi! Il rischio è quello di raggiungere l’abolizione delle diversità, non della subalternità. Cosa diversa è evidenziare e lottare per il riconoscimento di legittimi diritti legali e civili. La mentalità che continua a portare alla subalternità non si combatte con le “quote rosa” , i “posteggi rosa”, il “telefono rosa”... Si legge, sull’”Unità” di domenica 27 settembre, di una ragazza che afferma di aver notato che quando gli uomini si rivolgono ad altri uomini, si parlano tra di loro, quando si rivolgono alle donne urlano e assumono un’espressione particolare… posso permettermi di pensare che all’interno di questi commenti ci sia qualche traccia di mania di persecuzione? Mi piace di più pensare che quando una donna raggiunge livelli di un certo spessore e arriva a ricoprire ruoli e posti di rilievo, quello che appare è certamente una maggiore ricchezza e una maggiore completezza rispetto ad un maschio “importante”. Attenzione donne, credo sia arrivato il momento di dare una sbirciatina più attenta all’elemento persona insieme a quello di donna o maschio, e di uscire da vecchi schemi che vogliono ancora e sempre la donna sofferente e bisognosa rispetto al maschio cui tutto è dovuto. Spero che questo mio pensiero non venga frainteso e che non susciti l’ira di qualche donna ancora particolarmente attaccata a stereotipi ormai vecchi e stantii.

Francesca Cianci

sabato 3 ottobre 2009

Eroi di Pace. di Francesca Cianci


Ci risiamo! L’aspetto mediatico fa ancora una volta la sua parte, alterando quella che è una realtà certamente meno romantica rispetto a quella che ci viene proposta davanti ad ogni tragedia, ma sicuramente più vera.

Ogni volta che assistiamo alle morti dei soldati italiani il ritornello è sempre uguale,le frasi identiche, le emozioni degli italiani sono “sentite”, “genuine”, “plateali”; figli affranti, mogli e madri dignitosamente addolorate, pagine e pagine di giornali dentro cui scorrono elaborazioni, commenti, approfondimenti della tematica in questione, descrizioni dettagliate circa le reazioni e i comportamenti dei figli dei soldati, articoli strappalacrime, programmi televisivi pronti ad intervistare sciacallescamente familiari e politici di turno… noi italiani del resto quando si tratta di manifestare solidarietà e di esternare emozionalità, siamo impareggiabili!

Mi rendo conto di toccare una questione assai delicata, devo stare attenta a non urtare la suscettibilità dell’Italia che soffre e dei politici in lutto! È imbarazzante elevare una voce che sa di controcorrente rispetto al sentimento collettivo di oggi.

Quello che stride a mio avviso è che tutta questa commovente scenografia viene riproposta sistematicamente, ad ogni morte, quasi come se fosse “imprevedibile”. E’ ovvio che la morte coglie sempre di sorpresa chiunque, anche quando da un certo punto di vista la si può prevedere, ma in queste particolari circostanze l’eco si fa più pesante, assume connotati che hanno il sapore dell’ingiustizia, della rabbia, quasi come se nel vissuto collettivo emergesse improvvisamente una inimmaginabile realtà: “non solo sono andati a mettere pace, per giunta sono morti!” l’equivoco di fondo stà proprio nel concetto di base: erano andati in guerra, non a mettere pace! L’Italia questa sfumatura non da poco. I soldati italiani vanno in territorio di guerra (peraltro in base ad un criterio di propria appartenenza, quello militare), non sono volontari della Croce Rossa; allora perché diventano “eroi”solo quando muoiono? E perché il Papa si dichiara “profondamente addolorato per il tragico attentato terroristico”? non sarebbe più logico addolorarsi profondamente al momento della partenza dei soldati, considerato che questi padri, figli e mariti si stanno avviando verso un contesto di guerra che comporta un rischio quantomai elevato? Vengono considerati eroi perché si recano in “missione di pace”! ma dov’è questa pace? Si mette pace con le armi in mano?!

L’Italia dimostra solidarietà e fraternità istituendo strade in memoria degli eroi e manifestando commozione davanti alle bare dei suoi caduti! Nelle varie città italiane sorgerà un’altra strada, “via caduti di Kabul”, in aggiunta a “via caduti di Nassiriya” e a “via Nicola Calidari”… e la Gelmini s’indigna e si scusa con le famiglie delle vittime perché le scuole non hanno osservato il minuto di silenzio! Nessuno s’indigna per le migliaia di persone che muoiono ogni giorno sui vari posti di lavoro che sono costretti a ricoprire per sopravvivere, senza alcuna garanzia né salvaguardia della loro vita. Questi “eroi” vanno a lavorare per vivere, non per vivere meglio, né per scelta ideologica.

Uno scoppio di sincera passione arriva da un uomo di circa sessant’anni che durante la liturgia esplode con un urlo…”pace subito”… prontamente afferrato e prontamente nascosto… ricomincia la preghiera, e poi il picchetto d’onore e gli stendardi, gli applausi e le frecce tricolore… tutto secondo copione! Uomini politici che s’inchinano e si battono il petto(dovrebbe essere un “mea culpa”?), tutti profondamente addolorati, qualcuno perfino piange! Bossi si rammarica: ero convinto che servisse, non li abbiamo certo mandati a morire”… ah no?! Davano forse la comunione ai combattenti? E laMeloni che inneggia l’unità nazionale… e La Russa che vanta la capacità affettiva dell’Italia nei confronti dei ragazzi con le stellette che “partono per tenere lontano il terrorismo da casa nostra”. Credo sia ora di farla finita con questa commedia all’italiana che sistematicamente diventa tragedia solo per chi ne resta coinvolto!

Francesca Cianci

LA PSICOTERAPIA “OMERTOSA”. di Francesca Cianci


Fa piacere apprendere che la psicologia come disciplina universitaria fa passi avanti, arricchendosi di nuove lauree specialistiche e avvalendosi di prestigiosi docenti a livello internazionale (è il caso dell’Università Kore di Enna). Le competenze si specializzano e si approfondiscono, i percorsi formativi vengono proposti attraverso metodologie e didattiche innovative e qualificate.

In qualità di psicologa e psicoterapeuta che vive ogni giorno a contatto con la realtà di chi è avvolto dentro svariate problematiche, patologie e disagi di ogni genere, sento l’esigenza di sollevare un disagio diverso, una sorta di “imbarazzo” che da sempre ha caratterizzato il mondo dei terapeuti e della psicologia in genere: l’”omertà” in relazione alle proprie sofferenze e al bisogno di “farsi aiutare”. In breve vorrei porre l’attenzione sulla mentalità dentro cui naviga la psicologia e la psicoterapia oggi.

Andare dallo psicologo purtroppo rappresenta ancor oggi una realtà da nascondere, un handicap che per molti significa fallimento, insicurezza,debolezza caratteriale, quando non addirittura malattia mentale.

Bisognerebbe che ci adoperassimo per abbattere questo muro che parla innanzitutto di ignoranza. Mi rendo conto che aleggia di fatto un’enorme confusione tra ruoli, discipline e competenze. Neurologia, psicologia e psichiatria sono scienze diverse e dunque con modalità d’approccio differente. Spesso mi sento dire da qualche paziente (e mi dispiaccio ancor più quando si tratta di persone in giovane età): “mi posso fidare? non voglio che si sappia che vengo da lei perché ho paura che mi prendono per pazzo”.

Sarà il caso di chiarire: la malattia mentale è cibo per gli psichiatri; tutte le sindromi di origine neurologica(dalle cefalee alle dolenzie varie, fino alle patologie più gravi compreso i tumori cerebrali o i traumi cranici, le ischemie cerebrali,ecc…) appartengono ai neurologi; agli psicologi e agli psicoterapeuti competono invece tutte quelle disfunzionalità che se anche si possono intrecciare con problematiche psichiatriche o neurologiche, fondamentalmente hanno alla base connotati di origine più prettamente psicoemotiva, in relazione anche ai vissuti di vita di ognuno ( si parla così di ansie, di forme depressive, di conflittualità e disfunzioni simili).

Detto questo sorge spontanea la meraviglia di fronte a frasi del tipo “posso farcela da solo” o “non voglio che si vengano a sapere i fatti miei”, come se l’avere qualche disagio o qualsiasi tipo di difficoltà esistenziale, comportasse una sorta di squalifica della propria identità ( o onnipotenza?!).

Mi chiedo: se si soffre di otite si pensa di poterla curare senza l’aiuto di un otorino? Se ci si rompe una gamba si va dall’ortopedico o ci si cura da soli? È come se nel momento in cui emerge un qualsivoglia problema in cui in qualche modo c’entri la volontà, la coscienza, o semplicemente il modo d’essere di ognuno, ci si sentisse intaccati nell’immagine di sé! Questo la dice lunga peraltro su tanti aspetti che di per sé sono già disfunzionali alla base, anche se chi ne è affetto spesso non ne è consapevole. Perché ci si vergogna di avere dei problemi emotivi e non ci si vergogna di avere un braccio rotto? Forse perché nel primo caso ci si sente in qualche modo responsabili o addirittura colpevoli in relazione a quel genere di problemi, mentre nel secondo caso si tratta di “fatalità”.

Questo aspetto “silenzioso” che circonda il mondo della psicoterapia è certamente legato ad un mondo ancora tristemente troppo impregnato di pregiudizi e contornato da una cultura che tende ad essere omologante e perbenista, una cultura che mira ancora troppo all’immagine più che al significato dell’essere vero.

Il cammino è ancora lungo, sconfiggere una mentalità in tal senso è cosa ardua; mi auguro che all’interno del pensiero dei colleghi psicologi e psicoterapeuti cominci ad insinuarsi la coscienza che ci porterà a trasmettere ai nostri pazienti e alla gente tutta che la psicoterapia non è necessariamente legata ad un concetto di “malattia”… piuttosto alla ricerca di un giusto significato di se stessi nel mondo!