PRIMA DI APRIRE LA BOCCA ASSICURARSI CHE IL CERVELLO SIA INSERITO
Informazioni personali
- francesca cianci
- Sono una psicologa siracusana e provo una grande passione nel trasmettere il mio pensiero e le mie conoscenze
martedì 13 luglio 2010
Negli ultimi tempi quasi quotidianamente apprendiamo notizie circa delitti su base passionale, omicidi e suicidi “per amore”, per gelosia, per cause depressive e quantaltro. Indipendentemente dalle più o meno dettagliate diagnosi psichiche riguardanti le personalità degli autori di tali crimini, e dalle caratteristiche delle azioni omicidarie, voglio soffermarmi sull’aspetto psicosociale, legato alla divulgazione e alla diffusione di simili e similari notizie da parte dei mass-media.
Purtroppo, parallelamente all’ovvia importanza positiva dei mezzi di comunicazione, è necessario constatare l’influenza altamente negativa e gli aspetti estremamente pericolosi che spesso inevitabilmente contribuiscono a danneggiare la psiche di personalità provate o fragili, e che comunque influiscono pesantemente sull’inconscio collettivo.
Il confine tra il “ dovere di cronaca” e l’arbitrarietà della trasmissione e diffusione delle notizie, dovrebbe essere più demarcato; mi riferisco alle modalità e ai criteri di divulgazione di fatti ed eventi che vanno ben oltre la dovuta necessaria e sacrosanta informazione… la frequenza ripetuta e ossessiva delle stesse notizie, per giorni, mesi, a volte anche anni, analizzate e sviscerate in tutte le possibili componenti, la descrizione dettagliata di tutti i particolari della dinamica e dei vissuti dei protagonisti, spesso con la presenza di foto e immagini toccanti e suggestive, commenti di amici e parenti, opinioni approfondite di esperti in materia, attenzioni spasmodiche che contribuiscono a tal punto da poter, in certi casi, parlare di “fenomeno”…
Si sottovaluta che i mezzi di comunicazione agiscono anche come “agenti a livello di socializzazione” e se la socializzazione rappresenta un sistema di valori, di norme, di modelli culturali in relazione ad una collettività, i mass-media contribuiscono in modo assai marcato a far sì che tali modelli vengano non solo conosciuti, ma anche “interiorizzati”, spesso al punto tale da portare gli individui a ritenere “naturali” comportamenti e modi d’essere che proprio naturali non sono. Si può parlare così di potenti strumenti di socializzazione. I mass-media contengono insito il potere di cambiare radicalmente, e anche velocemente, l’ambiente all’interno del quale interagiscono e dall’ambiente così modificato, non solo bambini e adolescenti, ma gli individui tutti, traggono modelli da imitare. Risultato: il pericolo è che si alimenti tacitamente una rete di “piccoli e grandi criminali”. L’aspetto quantomai pericoloso riguarda “l’assuefazione” di quanti in un certo senso subiscono l’informazione così fornita… giornali e telegiornali, siti, blog, facebook, messaggi eccessivamente ripetuti… tutto questo crea un effetto mediatico che devasta le menti in maniera silenziosa e la pericolosità stà proprio nell’abitudinarietà ad apprendere notizie di crimini che in extremis rientrano quasi naturalmente nella vita e nel vissuto di ognuno di noi, un vissuto che inconsciamente ci “autorizza” a pensare e ad agire da “criminali”, senza averne precisa consapevolezza. Quello che succede nel lungo tempo è una pericolosa svalutazione della percezione dell’entità e della gravità degli eventi. I ragazzi oggi sono quasi assuefatti, troppo abituati, al fenomeno della morte-spettacolo, a tal punto da restarne ormai indifferenti… non ci si scandalizza più… l’evento omicidio o suicidio non suscita più quel sano orrore che ci si aspetta umanamente di provare…
L’aspetto paradossale e deleterio che intendo mettere in luce si riferisce dunque ad un modello d’informazione più simile ad un varietà che ad una sana cultura giornalistica d’informazione.
Riflettano i giornalisti e si diriggano maggiormente verso informazioni semplici e pulite, evitando gossip e “commercio”, modalità che contribuiscono a stimolare nei giovani una percezione “aliena” della realtà, e di conseguenza la “legittimazione” di comportamenti turpi e insani.
Ci si illude che i mass-media non influiscono sulle nostre idee e sulle nostre scelte, ma si disconosce così che l’effetto “persuasione” spesso sfugge alle nostre menti rendendoci inconsapevolmente indifesi.
Non è necessario spegnere i riflettori per non ispirare emulazione e assuefazione… ogni giornalista che si rispetti dovrebbe saperlo (o impararlo!!!).
Francesca Cianci
Psicologa-psicoterapeuta
martedì 13 ottobre 2009
Le malattie psicosomatiche. di Francesca Cianci
La malattia psicosomatica è una branca della medicina che pone l’attenzione sulla relazione tra la mente e il corpo, tra il mondo emozionale e il disturbo organico, e si occupa di capire l’influenza che l’emozione esercita sul corpo. In ambito medico è ormai largamente diffusa la concezione secondo cui il malessere fisico possa essere in gran parte l’espressione di un malessere psichico. Si ipotizza dunque che una condizione di tipo psicoemotiva possa agire favorendo addirittura l’insorgere di una malattia o, al contrario, favorendone la guarigione. In questo caso i sintomi vengono osservati dai medici in modo complementare e unitario, da un punto di vista sia fisiologico che psicologico. Ci sono persone che anche in giovane età si trovano a lottare di continuo contro una serie di piccoli fastidiosi disturbi che influenzano la loro vita e le relazioni con gli altri. Questi fastidi vanno dalla stanchezza cronica alle vertigini, dolori muscolari, raffreddori continui, cefalee, tachicardia, coliti, gastriti, ulcere, dermatiti, psoriasi, asma, allergie anche alimentari, labirintite, emorroidi, stipsi cronica,… . Oggi la medicina ufficiale riconosce che l’80% delle malattie sono di origine psicosomatica, ma se ne parla ancora assai poco. Purtroppo le persone che soffrono di questi disturbi non si sentono compresi né dai medici, da cui spesso vengono liquidati con una sbrigativa diagnosi di “stress”, né da familiari e amici, stanchi di ascoltare lamentele continue. E’ da osservare che chi è affetto da disturbi psicosomatici non è, come potrebbe essere ovvio pensare, un malato immaginario; i malesseri sussistono realmente e sono spie di profonde sofferenze psicologiche, di cui spesso il soggetto non è consapevole. Come ogni genere di disagio psicologico, ogni malattia psicosomatica ha una storia personale. Le emozioni che ci attraversano quotidianamente influenzano il funzionamento del nostro organismo al punto tale da far sì che possa cambiare anche il nostro metabolismo, e nel tempo l’intero sistema immunitario può venire fortemente condizionato e indebolito dalle nostre emozioni negative. Il “sentirsi male” ha una funzione molto importante per certe persone. Spesso ad esempio, i sintomi psicosomatici sono l’espressione di un inconscio rifiuto ad accettare qualcosa che “non si digerisce” e rappresentano dunque un desiderio di fuga dall’affrontare situazioni emotive difficili; in questo caso il sintomo è la manifestazione di un rifugio. In altri casi ancora i disturbi rappresentano l’unica possibilità di essere “speciali” e di accattivare l’attenzione di familiari e amici; è un meccanismo che equivale ad una sorta di “risarcimento emotivo” per non essersi sentiti sufficientemente amati nel contesto familiare, o in altro modo, ci si è sentiti amati solo quando si stava male; di conseguenza queste persone nel tempo hanno imparato che possono riuscire ad interessare solo stando male. A volte il ruolo di “malato cronico” può diventare una vera e propria identità. La malattia psicosomatica dunque è l’esasperazione di un sintomo già esistente; il disturbo corrisponde alla difficoltà di manifestare adeguatamente il proprio disagio emotivo; il linguaggio scelto da queste persone è quello corporeo. E’ importante sapere che non ci si ammala volontariamente e che nella maggior parte dei casi il soggetto è assolutamente ignaro circa questo tipo di meccanismo. E’ opportuno dunque che le cause del proprio malessere vadano ricercate all’interno del vissuto proprio di ogni persona sofferente, nella sua vita, nello scorrere delle sue giornate, senza che ci si stacchi dalla propria realtà. Molte persone hanno bisogno di crearsi una vita ideale che ad un certo punto inevitabilmente si scontra con quella reale… è a quel punto che nascono i conflitti interiori, i quali se non vengono espressi attraverso la comunicazione verbale, si manifestano attraverso il corpo e dunque con il sintomo psicosomatico, che si trasformerà in malattia psicosomatica fino a che il soggetto non imparerà ad averne consapevolezza e ad usare linguaggi più adeguati per far fronte alle proprie reali difficoltà.
Le classi ponte. di Francesca Cianci
LE CLASSI PONTE
All’interno del clima surriscaldato che l’Italia sta vivendo nell’ultimo periodo attorno all’universo scuola, è mio desiderio porre l’attenzione sull’argomento delle “classi ponte”, cioè quelle classi che dovrebbero servire per “affrontare senza preconcetti il problema dell’insegnamento a ragazzi stranieri nelle nostre scuole”. La motivazione che sta dietro a questa proposta è quella di poter permettere ai bambini stranieri di “essere alla pari” con gli studenti italiani. Ma davvero la cecità di chi propone simili programmi arriva al punto tale da non percepire quali possano essere gli effetti devastanti di tali scelte? Soprattutto per quanto riguarda la crescita psicologica, intellettiva ed emotiva dei bambini! C’è ancora chi ritiene che integrazione sociale, relazioni umane e affettive, inserimento e pari opportunità, possano dipendere da nozioni impartite in modo linguistico, seppur corretto e approfondito? Essere alla pari con i bambini italiani non significa saper parlare l’italiano come loro; significa riuscire ad entrare dentro la loro cultura proponendo nel contempo la cultura di provenienza dei bambini stranieri. E’ nelle diversità che si realizzano le pari opportunità. E’ la diversità che arricchisce sia gli uni che gli altri. Si pensi a come si possano sentire i bambini provenienti da altri paesi, in una terra straniera, dove vengono collocati in uno spazio chiuso solo a loro, per cercare di fare in modo che “si adeguino al contesto”! è il miglior modo per marcare una condizione di inferiorità, di subalternità, che certamente non crea né le condizioni per una vera integrazione socio-ambientale né i presupposti per una condizione di benessere dei bambini stranieri. Una vera integrazione deve essere basata sulle diversità culturali, sugli scambi di sapere, più che su linguaggi correttissimi. Le classi ponte rischiano gravemente di trasformare gli studenti in bambini socialmente disuguali e dunque rischiano di strutturare conflitti che si trasformerebbero inevitabilmente in grossi disagi per i bambini stranieri. Da un punto di vista più strettamente psicoemotivo inoltre si creerebbero le condizioni propizie per far sì che si sviluppi un terreno in cui probabilmente si infiltrerebbero componenti di intolleranza, di violenza e di aggressività. E ancora, i bambini, ed è un fatto universalmente riconosciuto, imparano con molta disinvoltura termini e linguaggi nuovi, stando a stretto contatto con i loro coetanei, da cui imparano non solo la nuova terminologia, ma soprattutto nuove abitudini, nuovi modi di comportamento, nuove culture che, per quanto capace possa essere l’insegnante, difficilmente riuscirebbe a trasmettere dall’alto di una cattedra. Lo stare assieme tra bambini di culture diverse non può che portare beneficio a tutti loro. Stando insieme all’interno di una stessa classe, si mettono in moto dinamiche vantaggiose per l’intera scolaresca: il coinvolgimento nelle attività ludiche, l’affiancamento nelle diverse discipline, la comunicazione gestuale per entrare in contatto, la complicità, la curiosità reciproca… sono tutti stimoli che favoriscono lo sviluppo sano dei bambini tutti, italiani e non. Una vera integrazione riguarda sia i bambini stranieri che italiani e non passa attraverso l’adeguamento forzato e sofferto degli uni agli altri. Evitare la possibilità di un’integrazione in tal senso peraltro, fa disperdere grandi possibilità di apprendimento e di crescita intellettiva. Ci sarebbe ancora molto da dire su queste e altre devastazioni che si stanno operando oggi nella scuola italiana. Si dovrebbe capire che il punto cardine della scuola dovrebbe essere quello di creare relazioni, imparare a leggere gli intrecci tra un luogo e l’altro, tra le diverse culture, cercare le radici dell’essere uomo e capire quali sono stati nel tempo gli errori di cui si è stati responsabili… ah dimenticavo! Certamente mentre si impara a leggere, scrivere e far di conto!
Francesca Cianci
la malattia di Alzheimer. di Francesca Cianci
LA MALATTIA DI ALZHEIMER COMPIE CENTO ANNI ( da malattia ad epidemia : non c’è tempo da perdere ! )
Il 4 novembre 1906 il neurologo tedesco A. Alzheimer presentava a Tubigen il caso di Augusta D. , una signora che soffriva di una grave forma di demenza progressiva.
Più tardi , nel 1910 , E. Kraepelin , famoso psichiatra , definì per la prima volta questo tipo di demenza “malattia di Alzheimer “.
A 100 anni dalla scoperta del primo caso , oggi siamo in grado di affermare che la malattia di Alzheimer rappresenta un fenomeno dalle dimensione drammatiche .
Nonostante il numero delle persone colpite sia in costante crescita , ancor oggi questo tipo di demenza non riceve l’attenzione adeguata e il riconoscimento che dovrebbe avere ed è tuttora circondata da disinformazione e pregiudizi che creano ostacoli verso un miglioramento generale delle condizioni del malato .
La ricorrenza del centenario offre un’importante opportunità per aumentare la conoscenza della malattia , per fare il punto della situazione non solo sui progressi nell’assistenza e nel trattamento , ma anche sui bisogni di 24 milioni di persone che , insieme alle loro famiglie , sono rimasti vittime della demenza di Alzheimer .
E’ nostra intenzione , con questo scritto , informare che a Siracusa sta crescendo ogni giorno di più , grazie agli operatori che vi lavorano , il centro U.V.A. ,all’interno della ASL n. 8 , con le diverse attività miranti ad andare incontro ai bisogni del malato e della sua famiglia .
Il percorso che abbiamo intrapreso già da diversi anni prevede , oltre l’attività diagnostica e le cure farmacologiche necessarie ai diversi casi , svariate tecniche psicoriabilitative miranti a mantenere e a stimolare il contatto cognitivo del paziente con la realtà , attraverso metodologie specifiche . Parallelamente uno dei principi che sta alla base dei nostri interventi terapeutici è “prendersi cura del malato insieme alla sua famiglia “.
L’approccio terapeutico al paziente demente non può prescindere dalla presa in carico anche del familiare caregiver ( è il familiare che si occupa del malato ) , consci della drammatica sofferenza che investe l’intero nucleo familiare del malato di Alzheimer . E’ a tal fine che periodicamente organizziamo i gruppi di formazione – informazione per i caregiver ; tali gruppi sono volti ad informare i familiari su tutto quanto ruota attorno alla problematica della malattia .
E’ fondamentale sottolineare che lo scenario attorno alla patologia di Alzheimer sta rapidamente cambiando ed è necessario sapere che oltre alla presenza di nuovi farmaci , esistono metodologie psicoriabilitative ed interventi terapeutici specifici volti a migliorare la qualità di vita del malato e ad attenuare l’alto livello di stress dei familiari che si occupano del loro caro .
La ROT ( tecnica di riorientamento spazio – temporale ) , la Terapia Occupazionale ( mirata ad adattare l’ambiente alle ridotte capacità del malato ) la Stimolazione Cognitiva ( finalizzata a potenziare le funzioni mentali residue ) la Musicoterapa ( riporta a galla emozioni e ricordi apparentemente nascosti ) , la Psicomotricità ( aiuta , attraverso attività di movimento mirate , ad affrontare la disabiltà fisica ) , l’Arte – terapia , ecc… sono tecniche che hanno dimostrato un’efficacia sorprendente nel migliorare la situazione clinica e di vita del malato di Alzheimer .
Le esperienze che viviamo ogni giorno con i nostri malati e con le loro famiglie , sono un patrimonio prezioso da non perdere . Se le cose oggi vanno meglio rispetto a quindici anni addietro , il merito sta soprattutto nel tentativo continuo di migliorare la condizione del malato , che ci si propone da più parti all’interno dei centri U.V.A. e delle associazioni Alzheimer che sono nate nel tempo ; ma non ultimo grazie alle esperienze dei familiari che con le loro testimonianze ci danno , giorno dopo giorno , la dimensione reale della problematica che vivono insieme al malato .
L’ Alzheimer compie oggi 100 anni ! è nostro interesse ,come operatori che vivono insieme alle persone affette da questa drammatica e per certi versi “ bizzarra “ malattia , chiedere a gran voce aiuto , collaborazione e disponibilità : agli Enti e alle Istituzioni tutte , alle Aziende , ai personaggi “ che contano “ , e soprattutto ai numerosissimi cittadini che sanno cosa vuol dire Alzheimer .
Il malato di Alzheimer ha ancora estremo bisogno di sostegno , di partecipazione . Il dramma principale che attanaglia questi malati è la solitudine . E’ una malattia che non permette alcun tipo di contatto né affettivo né sociale . L’ Alzheimer rompe ogni tipo di legame . Questo malato è una persona deprivata della sua memoria ,dei suoi ricordi , del suo passato , della sua storia , dei suoi affetti più cari ; è una persona che non riesce a pensare , a comunicare , a programmare la propria vita . E’ una persona il cui passato è oscuro e il futuro lo è ancor più .
Non dimentichiamo chi dimentica !
Centro U.V.A.
ASL n. 8 di Siracusa
i disturbi alimentari oggi. di Francesca Cianci
I DISTURBI ALIMENTARI OGGI: UN’EPIDEMIA DEI NOSTRI TEMPI
E’ certo che le patologie legate all’alimentazione, anoressie e bulimie, sono oggi ovvia conseguenza di un periodo di indiscusso “benessere socio-economico” se guardiamo agli ultimi decenni in relazione al periodo della penuria e dell’insicurezza alimentare che ha tormentato gran parte dell’ umanità per interi secoli. Ancor oggi una moltitudine di popolazioni vive in uno stato di denutrizione, ma di contro almeno un miliardo di persone obese popolano la terra, e un’altra grande fetta di tale popolazione è affetta dall’idolatria della magrezza femminile. Nelle società industriali più avanzate sono molte le donne che si dedicano con eccessiva preoccupazione al controllo del peso e dell’immagine del corpo, attraverso diete drastiche ed esercizi fisici estenuanti. L’attenzione della medicina per il soprappeso è un fatto relativamente recente; l’interesse per l’obesità come condizione patologica è nato circa nel novecento; è successo però che le valutazioni mediche e le ricerche scientifiche, nel tempo, si sono intrecciate con il nascere di ideali estetici e di modelli imposti dai mezzi di comunicazione di massa che sono entrati nelle nostre case in modo così tanto invasivo da sconvolgere le nostre coscienze in maniera sottile e continua. Ne consegue che in relazione a stereotipi estetici legati alla moda, un numero sempre più elevato di persone, specie donne, ritengono di essere soprappeso senza esserlo realmente e intraprendono diete dimagranti nocive nel tentativo di risolvere insoddisfazioni, conflitti, disagi di varia natura, creando con il proprio corpo e con la propria immagine esteriore un rapporto ossessivo e disarmonico. Emerge dunque nel tempo una patologia, purtroppo oggi assai diffusa e in continuo aumento: l’anoressia. E’ facile comprendere a questo punto che il comportamento anoressico rappresenta verosimilmente una serie di disagi e di disturbi che molto ha a che fare con problematiche depressive di fondo, o comunque con disfunzioni di tipo psicologico. Perché alcune donne più di altre si ammalano di anoressia? È da dire che intervengono diversi fattori, individuali, familiari e culturali; è certo però che sono più soggetti al rischio di malattia le persone con tratti ossessivi, con aspettative esasperate, con insoddisfazioni perenni, con personalità infantile e dunque con grande difficoltà ad elaborare il processo di separazione dalle figure genitoriali, con scarso controllo degli impulsi, scarsa tolleranza delle frustrazioni, con sessualità disordinata e scarsa libido, con eccessiva dipendenza dall’immagine sociale e dunque estetica. A tutto questo si possono intrecciare eventi traumatici, separazioni o lutti, malattie gravi, accadimenti che minacciano in qualche modo la stima di sé. La reazione alla paura di perdere il controllo e dunque la stima di sé è un’eccessiva concentrazione sul corpo e di conseguenza l’autoimposizione di un’eccessiva disciplina, come segno di capacità di autocontrollo. A questo punto scatta la malattia. All’anoressia, fa seguito solitamente la bulimia( che è il momento di trasgressione e di gratificazione che si alterna alla deprivazione alimentare e a cui in genere segue l’atto del vomitare, come punizione per aver mangiato), Anoressia e bulimia sono malattie gravi e pericolose, che mettono a serio rischio la salute fisica e mentale delle persone che ne sono affette. I metodi di cura che vengono proposti sono sempre da collocarsi in ambito psicoterapico, anche se spesso nei casi più gravi occorre il ricovero in una struttura adeguata. E’ da osservare in ogni caso che la terapia si basa su una relazione psicologica chiara, leale e affidabile, tra il terapeuta e il soggetto, all’interno di un rapporto di collaborazione e di fiducia anche con i membri della famiglia a cui appartiene la persona in questione. E’ necessario ricordare infine che tale tipo di patologia rappresenta solitamente un conflitto di base: la ricerca di un’autonomia totale da una parte e il desiderio di dipendenza e di ritorno all’infanzia, dall’altra.
lunedì 12 ottobre 2009
la depressione. di Francesca Cianci
LA DEPRESSIONE: CONOSCERLA PER AFFRONTARLA.
Parlare di depressione spesso non è semplice neanche per gli "addetti ai lavori". Molto è stato discusso attorno all'argomento. La mia intenzione non è quella di descrivere la depressione tanto da un punto di vista clinico-scientifico quanto affrontare il tema da un punto di vista più strettamente umano; questo aspetto è forse in un certo senso ancora troppo poco conosciuto. E' da dire che la depressione in senso generico equivale a dolore, ad un vuoto e ad un disagio incolmabile e non facilmente descrivibile né da chi ne è affetto, tantomeno da chi sta accanto ad una persona depressa. Mi accingo a descrivere solo genericamente tale condizione nel tentativo di far conoscere i sintomi e le caratteristiche principali per avere la possibilità di riconoscerla e poterla affrontare nel modo più adeguato. Spesso si parla di depressione in modo improprio e oggi più che mai questo termine risulta inflazionato. Frequentemente sentiamo dire o diciamo noi stessi: "oggi mi sento depresso". La depressione non riguarda chi, per un motivo qualsiasi,si senta di malumore o un po’ scoraggiato. E' uno stato che comporta una condizione patologica, di seria malinconia, con caratteristiche precise e per poter parlare di depressione occorre che questo stato mentale di "forte disagio" duri almeno oltre le 2 o 3 settimane in modo persistente. Sostanzialmente la depressione è un "disturbo del tono dell'umore" più o meno intenso. Solitamente tutti noi siamo soggetti a variazioni dell'umore dovute a fattori vari: stanchezza, contrarietà, stress, frustrazioni varie, condizioni ormonali per la donna, ecc…, ma questi cambiamenti umorali normalmente non durano più di qualche ora o al massimo qualche giorno; e in ogni caso il nostro cervello continua a funzionare più o meno come sempre, ovvero questa condizione è transitoria e non risulta invalidante. Fin qui dunque non siamo nell'area patologica. Diversamente, la vera depressione non dura qualche giorno ed è uno stato di "malinconia" molto marcato; soprattutto non è direttamente legato alle circostanze cui si è accennato finora. La depressione vera è intesa proprio come "disturbo psichico", quindi è da considerarsi in un certo senso come uno scompenso emotivo e mentale, e conseguente non ad una ma a più cause concomitanti. Va considerato peraltro che in questa patologia la predisposizione ereditaria ha un peso consistente, anche se questo aspetto può non rappresentarne la causa determinante; può avere però una valenza nel gioco degli intrecci con altri fattori che si sono presentati nel corso della vita della persona affetta da questo male (lutti, infanzia difficile, malattie, difficoltà varie, ecc…). Un criterio per riconoscere una depressione patologica è dunque il prolungarsi dell'umore malinconico, anche quando tale umore possa essere stato causato da eventi forti quale un lutto. Se il sentimento di reazione, inizialmente adeguato, diventa eccessivo nel tempo, siamo in presenza di una vera depressione,
Nella depressione patologica, per intenderci, c'è sempre qualcosa di sproporzionato, di eccessivo, dunque: o una malinconia eccessiva, o troppo protratta nel tempo, o troppo marcata rispetto agli eventi di cui può anche essere conseguenza, o addirittura ingiustificata rispetto alle cause apparenti.
Successivamente mi occuperò di approfondire le caratteristiche più evidenti.
1^ puntata
Dott.ssa Francesca Cianci
Psicologa - Psicoterapeuta
fracianci@alice.it
LA DEPRESSIONE "PATOLOGICA"
Ho già precedentemente tentato di delineare un quadro generico sottolineando la differenza tra uno stato d'animo depressivo transitorio e quella che invece si può definire "depressione patologica". E' necessario ripetere che la persona depressa si trova in uno stato d'animo diverso da chi è momentaneamente "afflitto" da malinconia o da uno stato di disagio emotivo momentaneo. La persona depressa solitamente ha la sensazione di trovarsi dentro un tunnel buio; è priva di desideri; non prova piacere in nessuna delle cose che magari faceva precedentemente al sorgere di questo stato; non prova interesse tantomeno gioia in nessuna circostanza; non ha la capacità né vede alcun motivo per cercare di reagire alla condizione di "cupezza"; non vede spiraglio alcuno, né prospettiva di miglioramento; sente questo stato come perenne e definitivo; si sente in colpa per qualunque cosa e vive tale disagio come un "giusta punizione"; non si sente malata ma, al contrario, crede di essere realmente colpevole per qualche strano motivo; non si sente degna di vivere; si considera incapace e nettamente inferiore agli altri; ritiene che il mondo sia cattivo e che nessuno può capire il suo stato; ha un atteggiamento di sfiducia, di indifferenza e di distacco nei confronti del mondo intero. La persona depressa è impregnata di sofferenza e di dolore, ed è convinto che nessuno possa aiutarla. Di conseguenza molte persone affette da depressione sono spinte a gesti estremi perché percepiscono l'ineluttabilità di tale condizione. A questi stati d'animo si accompagnano spesso sintomi più specificatamente fisici e comportamenti conseguenziali: insonnia, difficoltà nell'addormentamento, risveglio precoce, inappetenza o appetito smodato, senso di stanchezza e di affaticamento eccessivo, lentezza nei discorsi e nei movimenti, chiusura e tendenza all'isolamento, perdita del desiderio sessuale; spesso è associata anche una componente d'ansia. Solitamente il momento peggiore della giornata è il risveglio, mentre ci si sente leggermente più sollevati durante le ore serali. Tutto questo rende la depressione una condizione veramente dura da sopportare ed estremamente angosciante anche per che vive accanto ad una persona depressa. Nella maggio parte dei casi la sintomatologia depressiva si manifesta a cicli. Compare durante un periodo di tempo, poi si attenua fino anche a scomparire per poi ricomparire a distanza di mesi o anche anni; quando si ripresenta generalmente non vi è alcun motivo apparente, anzi il più delle volte compare nei momenti di maggiore tranquillità e benessere.Esistono anche forme di depressioni più lievi ma prolungate nel tempo; si tratta delle cosiddette "distimie". In questi casi la persona manifesta tutto quello che si è finora descritto ma in forma più attenuata e in genere questi sintomi non conducono ad una vera e propria invalidità però la persona che ne soffre risulta affaticata, pessimista, scontrosa e "sempre di malumore"; è la classica persona che fa fatica a vivere.
In un fase successiva tenterò di raccontare il peso e la valenza che assume oggi il fenomeno della depressione e le possibili modalità per accedere ad adeguate risoluzioni terapeutiche.
L'obiettivo che ci si prefigge è quello di far conoscere, anche se in modo generico, i sintomi che possano portare, sia la persona affetta che i familiari, a riconoscere una malattia che se si ha la possibilità di individuare in tempo, si può oggi affrontare e gestire adeguatamente, riducendo di gran lunga i rischi di gesti estremi nel peggiore dei casi, e salvaguardando comunque una buona qualità di vita.
2^ puntata
Dott.ssa Francesca Cianci
Psicologa - psicoterapeuta
fracianci@alice.it
LA DEPRESSIONE OGGI
E' inquietante assistere oggi al fatto che una società sempre più industrializzata e avanzata come la nostra, produca sempre più individui depressi; più il cosiddetto "progresso" va avanti velocemente, freneticamente, più il disagio della gente diventa crescente. Oggi la realtà esterna è davvero assai poco rassicurante; di continuo assistiamo ad immagini catastrofiche, di guerra, di distruzione, di minacce e pericoli incombenti. Tali messaggi e tali immagini in un modo o nell'altro penetrano nella nostra vita mentale e si fanno strada trasmettendoci in qualche modo un sottile sentimento di angoscia, di impotenza, di rischio ormai cronico. Negli ultimi tempi questi messaggi sono diventati così ricorrenti che non li notiamo neanche più; entrano nella nostra vita inconscia in modo più o meno automatico. Apprendiamo troppo frequentemente di morti strazianti, di violenze senza limiti e l'istintiva "naturalezza" con cui ci troviamo a reagire è indicativa di una svalutazione della gravità dei fenomeni che automaticamente però danneggia un sanno funzionamento emotivo all'interno di ognuno di noi; tutto questo, in breve, agisce dentro la nostra mente e nel nostro inconscio e viene a creare quasi una cappa depressiva collettiva di cui spesso il singolo individuo non se ne rende conto. Non è difficile dunque fin qui, comprendere che i sentimenti depressivi provengono in gran parte anche dal rapporto con la realtà esterna e dunque oggi vanno sempre più diffondendosi. Per quanto riguarda le modalità di cura della depressione, bisogna ricordare che se il quadro clinico viene affrontato in tempo, le possibilità di guarigione aumentano. In tempo vuol dire prima che i sintomi abbiano la possibilità di strutturarsi e in un certo senso di cronicizzarsi. Oggi nella quasi totalità dei casi un trattamento terapeutico adeguato permette alla persona depressa di ritornare ad avere un buon equilibrio mentale ed emotivo e una buona qualità di vita.. Con le cure oggi disponibili anche un depresso grave può vedere scomparire i propri sintomi e tornare a condurre una vita normale. Il motivo principale per cui le persone depresse non vengono adeguatamente curate, consiste nel fatto che la depressione spesso ancor oggi non viene riconosciuta né a volte considerata come malattia. Spesso viene percepita più come un disagio di tipo "morale" o esistenziale, che come un disturbo clinico, ancor più quando la persona depressa ragiona bene, cioè "funziona" in modo corretto: Di conseguenza non vengono ricercati né farmaci né strumenti di cura; sia i familiari che la persona stessa, preferiscono parlare di "stress, o di "esaurimento", o collegare il fenomeno depressivo a qualche evento che ne possa essere stata la causa( una separazione, un lutto, un fallimento lavorativo, un grosso dispiacere, ecc...)... intanto il processo depressivo fa il suo percorso e serpeggia in modo subdolo e sottile, finchè non si presenteranno episodi più eclatanti. Questa svalutazione dei sintomi non permette di arginare in tempo il processo di cui si parla.. Dunque occorre innanzitutto sapere che si tratta di una vera e propria malattia in cui si intrecciano componenti organiche, biochimiche, e vissuti psicologici. Conviene pertanto consultare uno specialista con una buona esperienza che possa guidare la persona depressa attraverso un percorso che, nella maggior parte dei casi, necessita di cure farmacologiche. Molto spesso è opportuno associare ai farmaci una buona psicoterapia; uno psicoterapeuta esperto di disturbi depressivi saprà accogliere il soggetto depresso e stabilire con lui un rapporto di empatica fiducia, offrendo alla persona gli strumenti utili perché possa riuscire ad affrontare la propria quotidianità e ritrovare una buona qualità di vita da sostituire alla triste sopravvivenza del depresso
3^ puntata
Dott.ssa Francesca Cianci
Psicologa-Psicoterapeuta
I nostri bambini:uomini e donne del domani. di Fancesca Cianci
I NOSTRI BAMBINI : UOMINI E DONNE DEL DOMANI.
Conseguentemente ai quasi quotidiani episodi di violenza nelle scuole, di bullismo, di storie penose che evidenziano sempre più massicciamente il degrado verso cui stiamo pesantemente scivolando, si assiste ultimamente ad una specie di “stato di allerta” da parte di associazioni, enti, alcune scuole, quelle più sensibili… quasi come uno stato di emergenza che rivela una sorta di preoccupazione generale.
E’ tipico dei meccanismi da fenomeno. Allo stato attuale quasi ogni giorno leggiamo fatti riguardanti episodi di bullismo o di violenza con relativi commenti, inchieste, opinioni del giorno dopo; scendono in campo pensatori e filosofi, psicologi ed esperti vari. Andrà avanti ancora per un po’, poi cadrà tutto nel perenne desolante silenzio di sempre.
Occorre “approfittare” del momento di “passionalità” per creare nelle scuole un tipo di organizzazione nuova, che miri a “creare una mentalità”, a cambiare cioè le vecchie abitudini per sostituirle con nuovi sistemi e metodologie a cui si spera, con il passar del tempo, ci si possa abituare.
Le abitudini, nel tempo, creano un “mentalità”, e allora che le scuole si allertino in maniera operativa, oltre che denunciare sgomento e preoccupazione! Come? Comincino i dirigenti scolastici ad istituire presso i propri istituti corsi formativi, gestiti da personale competente, rivolti ai docenti e al personale Ata, agli studenti e alle famiglie. Comincino a creare spazi aperti agli alunni, agli insegnanti e ai genitori(i cosiddetti sportelli), dove tutti possano accedere per ricevere strumenti adeguati e creare così una rete di contati aperti, a supporto di qualsiasi difficoltà o esigenza di chiunque. Comincino a porre le basi per sensibilizzare gli studenti, insieme alle famiglie, a partire dalle scuole elementari, al fine di riuscire a parlare un linguaggio comune, all’interno delle diverse realtà.
Fino a quando la scuola resterà un’istituzione chiusa, volta solo ad impartire nozioni, i nostri bambini continueranno a vivere realtà scisse e frantumate, gli insegnanti da una parte, le famiglie dall’altra, il più delle volte gli uni contro gli altri.
Bisogna demolire la mentalità secondo cui i genitori e gli insegnanti si incontrano solo due volte l’anno, durante l’orario di ricevimento, o sulle scale,velocemente, per carpire al volo qualche confidenza del professore.
Non è una favola, può diventare realtà.
Francesca Cianci Psicologa-psicoterapeuta.